

TORNA SU
esistenze.jpg)
Grazie a tutti di essere
qui. Grazie agli ospiti
e grazie alle compagne e
ai compagni che hanno
sacrificato il fine
settimana per essere
presenti a questo
importante appuntamento.
C’è una canzone di
Guccini (chiedo perdono
ai giovani, ma causa
l’età i miei punti di
riferimento sono ancora
cantautori come
Guccini...) che recita
nel testo: «sarà forse
un’assurda battaglia, ma
ignorare non puoi che
l’assurdo ci sfida per
spingerci ad essere
fieri di noi». Questa
frase me la tengo sempre
scritta nell’agenda,
perché credo contenga
l’essenza di quello che
ci fa andare avanti come
circolo, giorno dopo
giorno, nel nostro
lavoro politico.
Sì, perché ci vuole
davvero uno slancio di
fierezza per lavorare in
condizioni che forse non
sono mai state così
difficili, per la città
e per tutti noi. Per
motivi professionali ho
dedicato molto tempo
allo studio di Legnano
dal secondo dopoguerra
agli anni 80. Decenni in
cui la nostra città ha
attraversato momenti
complicatissimi, con le
crisi industriali, la
chiusura delle grandi
fabbriche, la
rapidissima
trasformazione del
tessuto economico:
eppure ricostruendo
questi momenti si ha
l’impressione che la
città possedesse per
così dire gli anticorpi
per far fronte alle
situazioni più
difficili: il corpo
sociale reagiva insieme,
dava risposte insieme,
tutti si sentivano
coinvolti. Vent’anni di
pensiero unico
berlusconiano sembrano
aver distrutto tutto
questo: Legnano oggi
appare certamente più
fragile e chi ci vive e
lavora certamente più
solo. Appare più fragile
nell’affrontare la nuova
crisi che colpisce con
durezza le nostre
fabbriche: le lotte dei
lavoratori non sembrano
più supportate dalla
partecipazione emotiva e
fattiva della
popolazione, e anche la
politica appare per lo
più balbettante e
incerta, quando non del
tutto afona e assente.
Si parla molto di locali
alla moda e di Palio in
questa città: quasi
nessuna parola viene
spesa per i tanti,
tantissimi giovani che
non trovano lavoro, e
spesso – cosa ancora più
grave- hanno perso anche
la speranza di trovarlo,
e a un giovane se gli
togli la speranza gli
togli tutto. Sembra non
esistere più la capacità
di rispondere
collettivamente ai
problemi: ognuno è solo
a combattere ogni
giorno, così solo che
automaticamente l’altro
diventa il nemico,
quello con cui
combattere o addirittura
quello su cui scaricare
la responsabilità del
proprio disagio: ed ecco
allora l’indifferenza
della città e il
silenzio imbarazzato
della politica di fronte
a fatti come quelli
delle svariate decine di
sgomberi dei Rom
effettuati nelle
campagne di San Paolo in
4 anni: decine di
migliaia di euro nostri
gettati via per
soddisfare le ambizioni
da sceriffo di qualche
amministratore, senza
che alcun risultato
pratico raggiunto, se
non il ritorno dopo 24
ore alla situazione
precedente. Ed ecco poi
che si parla di
necessità di far tornare
i conti nel bilancio
comunale, e si prendono
misure a tutto danno
degli abitanti più
deboli, come quella
sciagurata di vendere, o
meglio di svendere la
casa di riposo. Una
città fragile, dove alle
vetrine luccicanti del
centro si contrappone il
vuoto di servizi dei
quartieri, lasciati per
lo più a se stessi, se
si escludono gli
improvvisi e sospetti
ritorni di interesse in
prossimità delle
scadenze elettorali. Una
città fragile, dove il
bisogno è vissuto in
silenzio, senza clamore,
e quasi tutti ignorano o
fingono di ignorare che
a chiedere soccorso in
strutture come la Casa
della carità ormai sono
di più i legnanesi che
gli stranieri. Una città
fragile, dove sono in
molti ormai ad ammettere
che la qualità della
vita va peggiorando ogni
giorno, fra rumore,
traffico, inquinamento,
trasporti pubblici
ridotti alla sussistenza
e spesso persino al di
sotto di questa soglia.
Una città fragile, dove
nonostante questa
difficile situazione
sociale il nostro
partito – come altrove-
incontra difficoltà a
trovare voce: non ce lo
nascondiamo, il pensiero
unico berlusconiano un
effetto in questo senso
l’ha prodotto di sicuro:
il rifiuto verso chi
assume posizioni nette,
verso chi rifiuta il
compromesso (uso questo
termine non nel senso
accettabile di
mediazione, ma nel senso
del scegliere di non
scegliere: né con
Marchionne, né contro
Marchionne...), appare a
volte quasi fisico,
insieme all’oscuramento
culturale e mediatico
verso chi si fa
portatore di visioni del
mondo in contrasto con
quella capitalista e
neoliberista. Il
socialismo del XX secolo
è ormai cosa morta, ha
detto recentemente un
importante personaggio
politico del centro
sinistra, e i media si
sono affrettati a
riportare con grandi
titoli e a ratificare
questa clamorosa
sentenza.
Ora, siccome da morti -o
morituri- è piuttosto
difficile operare, ci si
aspetterebbe da parte
nostra al massimo
quell’attività cerebrale
minima che è l’unico
segnale da parte di chi
dovrebbe essere in coma
irreversibile. Non è
invece così, e come
segretaria uscente non
posso fare a meno di
ringraziare con tutto il
cuore le compagne e i
compagni che si
impegnano ogni giorno
con passione e
testardaggine. Siamo
vivi, continuiamo
caparbiamente ad
esserlo. Da vivi creiamo
anche importanti momenti
di incontro e di
confronto per la città:
abbiamo parlato di
precariato con don
Andrea Gallo, in una
giornata esaltante per
partecipazione e
preziosa per gli
insegnamenti ricevuti da
questa straordinaria
figura di sacerdote.
Abbiamo ricordato il G8
con Vittorio Agnoletto,
abbiamo trattato in più
occasioni le tematiche
del lavoro e del
sindacato, ultima volta
qualche settimana fa
quando abbiamo cercato
di capire insieme le
vere ragioni della
crisi. Siamo stati sulle
piazze con l’iniziativa
di Arancia
metalmeccanica, a
sostegno dei lavoratori
delle fabbriche in
crisi, iniziativa che
speriamo di riprendere
al più presto. I
proventi della vendita
delle arance sono andati
ai lavoratori della
Corena, con i quali
abbiamo condiviso la
lotta a difesa del posto
di lavoro.
Tante compagne e tanti
compagni hanno poi
partecipato in prima
persona alla battaglia
referendaria,
raccogliendo le firme,
garantendo presenza ai
banchetti, producendo
materiale e
diffondendolo, per cui
non possiamo non
ritenere l’eccezionale
risultato ottenuto come
frutto anche delle
nostre fatiche.
Nell’ambito del circolo
sono sorti gruppi
tematici, che hanno
contribuito in maniera
determinante alla
realizzazione delle
iniziative, e che
garantiscono una
presenza regolare per
più sere alla settimana
nella nostra sede, anzi
sempre più di frequente
capita che il lavoro dei
vari gruppi debba essere
regolato per evitare che
le varie attività si
sovrappongano. In questa
ottica è nato il
coordinamento lavoratori
Alto Milanese che
affronta le tematiche
del lavoro e della
crisi, in diretto
rapporto con chi vive le
difficoltà ogni giorno
in fabbrica. E’ poi
stato costituito da poco
anche un gruppo
teatrale, che cerca di
sperimentare nuovi
linguaggi e nuovi
percorsi di lotta
politica. Dopo tanti
anni è poi tornato a
operare nel circolo un
Collettivo dei Giovani
Comunisti, un ritorno di
cui parlo con
particolare piacere
perché indice di un
recuperato interesse dei
giovani per la politica
che non può che
riempirci di
soddisfazione Proprio il
lavoro del Collettivo
giovani ha fatto da
stimolo alla nascita
della Rete Antifascista
dell’Alto Milanese, che
in pochi mesi ha già
raccolto l’adesione di
molte realtà giovanili
del territorio.
L’impegno antifascista
rappresenta oggi come
sempre uno dei cardini
della nostra attività,
motivo per cui abbiamo
garantito e garantiremo
una massiccia presenza
ad ogni iniziativa che
serva a promuovere e
diffondere i valori
della Resistenza. Motivo
per cui anche nel
prossimo mese di
novembre promuoveremo
delle giornate
antifasciste, nel corso
delle quali ricorderemo
quanto accaduto 70 anni
fa, ma faremo anche il
punto sul pericolo
rappresentato da certi
discorsi revisionisti
così come dal
proliferare di gruppi
che anche sul nostro
territorio si rifanno
all’ideologia
nazifascista. Il nostro
impegno antifascista è
rafforzato in modo
determinante dalla
consapevolezza che non
raramente oggi a
prevalere sono logiche
di parte, in
ottemperanza alle quali
si tende a selezionare i
contributi a quella che
dovrebbe essere una
lotta comune sulla base
dell’appartenenza
politica, escludendo o
mettendo ai margini chi
non viene riconosciuto
abbastanza allineato
alle proprie posizioni.
Tendenze noi riteniamo
di dover combattere
proprio per rispetto
degli insegnamenti
scaturiti dalla lotta di
liberazione. Sempre con
riferimento alle
attività svolte in
sezione non possiamo
infine dimenticare le
compagne e i compagni
che lavorano all’interno
delle realtà di
quartiere dando un
contributo prezioso
perché le necessità dei
cittadini trovino
ascolto presso le
autorità amministrative
e che affiancano
l’attività del nostro
consigliere comunale.
A proposito di questo
non possiamo dedicare
non almeno un cenno
all’importante
appuntamento elettorale
amministrativo che ci
aspetta l’anno prossimo.
Come credo tutti
sappiate il nostro
consigliere comunale
Giuseppe Marazzini ha
deciso negli scorsi mesi
di autocandidarsi e noi
abbiamo scelto fin da
subito di sostenerlo,
non certo per puro
dovere politico ma
perché conosciamo bene
il valore della persona
e il generoso lavoro da
lui svolto per la città
in tanti anni e
riteniamo che sarebbe un
ottimo sindaco,
sicuramente in grado di
contrastare quegli
elementi di fragilità e
di solitudine di cui
parlavo all’inizio. Il
comitato elettorale che
insieme a Sinistra
Ecologia e Libertà e a
rappresentanti della
società civile abbiamo
costituito (e che siamo
certi nei prossimi mesi
si arricchirà di altri
importanti contributi)
ha già iniziato a
lavorare e nel mese di
novembre organizzerà
insieme al candidato
importanti momenti di
incontro con la città,
oltre a quelli già
realizzati nel corso
della primavera e
dell’estate nei
quartieri.
Proprio anche in
considerazione
dell’imminente campagna
elettorale sappiamo che
il lavoro che ci attende
è enorme, così come
siamo consapevoli che le
difficoltà non
mancheranno. Per questo
occorre un doppio sforzo
e un doppio impegno, più
grande ancora di quello
profuso fino ad ora: più
la nostra presenza è
oscurata più dovremo
garantirla fisicamente,
stando insieme alle
lotte per il posto di
lavoro, a chi si batte
per avere dignità e
diritti, a chi chiede
una scuola migliore, e a
chi chiede semplicemente
un futuro e una
speranza. Noi abbiamo
scelto da che parte
stare, noi dobbiamo
essere lì, con loro.
Credo che questo debba
essere il compito
principale del circolo,
ed in primo luogo di chi
dopo questo congresso
rivestirà ruoli di
dirigenza: accettare
tali ruoli deve voler
dire assumere anche un
preciso dovere di
presenza regolare nelle
attività e nelle
iniziative.
Il buon vecchio Guccini
l’ha espresso benissimo:
le battaglie
apparentemente assurde
sono quelle che ci
portano ad essere fieri
di noi Ai giovani di
questo circolo, ma anche
a noi che bazzichiamo la
politica da più tempo e
magari con più fatica, a
tutti i compagni e a
tutte le compagne chiedo
questo sforzo di
fierezza. In fondo, come
dice ancora Guccini, è
sempre grazie a questi
tipi di battaglie che
altri giudicano
impossibili che si
raggiungono nuovi mondi.
E un mondo nuovo e
migliore non è forse
quello che vogliamo?
NICOLETTA BIGATTI
Crisi economica : questa (s)conosciuta
Ma tu hai capito come
mai c’è la crisi ?
Da come parlano
giornali, telegiornali e
governo, non si capisce
assolutamente nulla
sulle cause della crisi
economica.
Noi pensiamo che ci
vogliono mantenere
ignoranti, perché se non
capiamo le cause della
crisi non capiremo
nemmeno come uscirne e
potranno continuare a
prenderci in giro.
In sintesi: noi pensiamo
che la crisi sia il
frutto di 30anni di
politiche neoliberiste
applicate in tutti i
paesi occidentali e
basate sulla precarietà,
sulla riduzione dei
salari e delle pensioni
e sul taglio della spesa
sociale.
ü
Banca Centrale Europea,
Fondo Monetario
Internazionale, Borse,
Governi…: a più di 3
anni dall’inizio della
crisi economica, chi
decide ?
ü
I Governi
sono ancora in
grado di governare o
sono dei semplici
esecutori ?
Ne
parliamo a
LEGNANO
presso il Circolo
Fratellanza e Pace
via San Bernardino 12
Giovedì
29
Settembre 2011,
alle ore 21.00
con:
-
Andrea Di Stefano
Direttore della rivista
“ Valori”, Economista
-
Augusto Rocchi
Resp. Naz. Dipartimento
Economia P.R.C.
Moderatore:
Giovanni Pini,
Circolo P.R.C. di Legnano
Lavoratori, Giovani, Pensionati, Cittadini, siete invitati a partecipare!


Compagni,
mi rivolgo in particolar modo a tutti quelli che si sentono costretti a rientrare nella categoria “Giovani”, a chi, per forza di cose, è costretto a fare i conti con il proprio futuro, ben sapendo che dovrà stare molti anni – troppi – in questa categoria, quella dei Giovani. Perché oggi diventare adulti è un fatto che non ci compete più.
Essere giovani nel 2011 non è più un fatto anagrafico. Essere giovani oggi significa appartenere a una categoria, significa rappresentare un peso per la società, troppo interessata dagli affari del presente e troppo poco interessata a pianificare il futuro.
La realtà è che oggi la paura di diventare adulti è stata scalzata dal timore di non poterlo diventare.
Quanto a lungo deve durare questo tirocinio sociale affinché si possa dire di essere realmente adulti? A tutti coloro i quali si fanno forti con le politiche sulla famiglia domando: quanti anni deve durare il tirocinio per poter avere la certezza di poterla ipotizzare questa fantomatica famiglia?
Perché oggi si entra incerti all’Università per specializzarsi in una professione e una volta specializzati che succede? Si spalancano le porte verso un variopinto bouquet di scelte del mondo del lavoro: contratti a chiamata – anche giornaliera – co.co.pro di tre mesi, part time verticale 3 giorni a settimana e poi la svolta! Uno stage non retribuito di sei mesi, però in prestigiosissima multinazionale, leader di mercato! Mamma e papà mi daranno una mano. Che delusione sapere, sei mesi dopo, che in virtù di una ristrutturazione aziendale non si prevedono assunzioni al momento e che uno stage non può essere riproposto, quindi…avanti il prossimo.
E si ricomincia da capo ma nel frattempo, le posizioni nei call center migliori se ne sono andate e non resta che lo scarto…già perché anche qui c’è lo scarto.
Si inizia la guerra dei bottoni. Ci si fa prendere per le palle da questo sistema che ti dice “non sei proprio nessuno, se non ti sta bene, dopo di te, ne viene sicuramente un altro”. A quel punto si accetta, non ci sono altre scelte possibili. E così si va avanti per uno, due anni. Si sa, la gavetta è dura ma prima o poi finisce. Sì, quando?
È difficile vedere oltre questa girandola d’instabilità e precarietà. Se si permette al sig. FIAT di padroneggiare con le palle dei propri operai dicendo “O così, oppure via tu, sotto il prossimo”, non si può scorgere niente oltre a questo.
E allora per quanto tempo deve durare questo instabile tirocinio.
Fortunatamente da qualche tempo si sente parlare molto di più dei “Giovani”. Spesso se ne parla a sproposito. Perché prima di tutto, per poterne parlare, occorre ascoltarli. Serve andare un po’ oltre le facili sentenze: gli studenti protestano con la Riforma perché sono strumentalizzati! I precari protestano perché strumentalizzati! Chi protesta non vuole cambiare! Chi protesta salva i Baroni! Ecc ecc.
Possibile che non si riesca a capire che quello che si domanda insistentemente, nelle manifestazioni, sui tetti, sulle gru, nei sit-in, è di coinvolgerci mentre volete ridisegnare il nostro futuro e ascoltare tutti quelli che non possono diventare adulti. Perché voi, che già lo siete, avete fatto lo stesso per ottenerlo. Avete alzato la voce e avete detto “ora tocca a noi!”.
Occorre capire che se non avvengono delle serie modifiche al sistema fin qui utilizzato per gestire la “questione giovanile” non si invertirà mai la rotta. I giovani resteranno sempre e solamente “questione” e non diventeranno mai “opportunità”.
Compagni, giovani compagni, quando si vogliono cambiare le cose ricordatevi che sono sempre le giovani classi che fanno i grandi cambiamenti. Quando i ragazzi mettono assieme le proprie forze per un progetto, non c’è niente e nessuno che possa fermare il moto. Così è sempre stato, inutile citare esempi su esempi, basta aprire un qualsiasi libro di storia.
Nel nostro Paese esiste un’insieme di regole fondamentali: la nostra Costituzione. Non tutti la conoscono (nelle scuole l’Educazione Civica è ormai poco più di un optional) ma tutti conoscono l’art. 1.: “L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul Lavoro […]”.
Inizia così, quasi una filastrocca. Ma non lo è. È una cosa seria ed è da qui che occorre partire con politiche concrete incentrate sul lavoro e in grado di garantire stabilità al presente e aprire le porte al futuro dei Giovani.
Quello che è stato fatto nei maledetti anni zero non ci ha coinvolti. Ci hanno costretto ad inventarci il nostro futuro senza che finanziassero un solo pensiero della nostra invenzione. Provate ora a riflettere su quelle che sono state le politiche adottate fino ad oggi e valutate voi se sono state in grado di metterci nelle condizioni di poter pensare a un futuro, a una famiglia e di salvaguardarci da un mercato del lavoro che va contro la possibilità di guardare più in là del domani.
La nostra protesta è stata sentita, ma non ascoltata. E allora meglio ripeterlo in maniera chiara e forte! SCIOPERO GENERALE!
Stefano Calzolari

DDL 1167: COLLEGATO AL LAVORO
La sera del 19 ottobre, dopo appena due giorni di discussione, la Camera ha approvato senza ulteriori modifiche il famigerato “collegato lavoro”, conosciuto anche come ddl 1167, o come ddl 1441 (a seconda del ramo del Parlamento). Il disegno di legge conclude quindi definitivamente la sua lunga gestazione con la firma, stavolta obbligatoria, del Presidente della Repubblica, ed entrerà in vigore a stretto giro.
Curiosamente, nessun quotidiano in questi giorni dedica spazio alla questione, che pure è destinata ad avere molti più effetti per molti più italiani rispetto al Lodo Alfano che imperversa su TV e giornali. Quali effetti? Vediamoli.
Certificazione dei contratti e clausole arbitrali
È rafforzata la pratica, già prevista dalla “Legge Biagi” ma fino a oggi pressoché inutilizzata, della certificazione dei contratti. In pratica le parti possono chiedere che una commissione appositamente istituita accerti, anche preventivamente, che il contenuto del contratto di lavoro corrisponda alla reale natura del rapporto, con l’accordo del datore di lavoro e del lavoratore. Quanto il lavoratore sia davvero spontaneamente d’accordo e non invece costretto dalla necessità di ottenere o mantenere il lavoro, non c’è bisogno di spiegarlo. L’organizzazione di queste commissioni non a caso è affidata alla potente lobbydei consulenti del lavoro, che avrà “le funzioni di coordinamento e vigilanza per gli aspetti organizzativi”: le volpi che controllano l’organizzazione dei pollai.
Ma non solo: possono essere certificate allo stesso modo anche le clausole arbitrali che le parti (anche qui leggi: il datore di lavoro) potranno chiedere di inserire nel contratto alla fine del periodo di prova o, in mancanza di prova, dopo 30 giorni dall’inizio del rapporto. Le clausole arbitraliconsistono nell’impegno vincolante delle parti (qui leggi: del lavoratore) a rinunziare preventivamente a rivolgersi al Tribunale per eventuali controversie legate al rapporto di lavoro. Per salvaguardare i propri diritti, una volta violati, i lavoratori dovranno così recarsi da arbitri privati e non da giudici, con diverse conseguenze tutte a loro svantaggio: costi più alti e da anticipare almeno in parte, minori garanzie processuali, soprattutto la possibilità per gli arbitri di decidere sulla controversia “secondo equità”, e quindi anche in deroga alla legge e ai contratti collettivi.
Se non altro, la legge prevede che la clausola compromissoria non possa riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. È sventata quindi, per questa volta, ogni minaccia per l’art. 18 dello Statuto: segno che le proteste della scorsa primavera sono servite a qualcosa.
Di sicuro però vive su un altro pianeta (il pianeta Confindustria forse) il segretario della CISL Bonanni il quale ha dichiarato che le clausole compromissorie vanno bene, dal momento che anche i lavoratori possono scegliere se accettarle o no. Come se fosse una “scelta” quella fatta con la pistola alla testa!
Più precari per legge
La nuova legge introduce per i casi di licenziamento un nuovo onere per il licenziato: non basta più impugnare il licenziamento entro 60 giorni, ma occorre anche che nei nove mesi successivi venga depositato in Tribunale il ricorso. Fin qui, tutto sommato, nulla di tragico.
La tragedia colpisce invece tutti i tipi di precari: a termine, “interinali” (tecnicamente: in somministrazione), a progetto, etc.. Se vogliono impugnare il loro contrattoper ottenere l’assunzione in pianta stabile, infatti, devono decidersi a farlo entro i 60 giorni successivi alla cessazione del rapporto.
È fin troppo facile immaginarsi i dubbi amletici di chi vive sotto il ricatto perenne del rinnovo: “Se impugno il contratto non me lo rinnovano più, ma se poi non lo rinnovano lo stesso e intanto non posso più impugnarlo?”
Attenzione! La norma entra in vigore subito per tutti, si applica ai contratti in corso e perfino a quelli già scaduti (in questo caso i 60 giorni partono dall’entrata in vigore della legge).
Non solo: le stesse decadenze, con analoghe conseguenze precarizzanti, si applicano anche per il caso di trasferimento(da impugnarsi entro 60 giorni dalla comunicazione del trasferimento stesso), di cessione d’azienda(60 giorni dal trasferimento), di appalti simulati(l’enorme galassia delle cooperative).
La ciliegina sulla torta è la norma che prevede, anche nel caso fortunato che un lavoratore riesca a ottenere la trasformazione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato, un tetto al risarcimentomassimo che il datore di lavoro può essere condannato a pagare. A prescindere da quanto tempo il lavoratore sia rimasto disoccupato per colpa del comportamento illegittimo del padrone, il risarcimento massimo sarà di dodici mesi di stipendio. La glassa sopra la ciliegina è che quest’ultima norma si applica pure alle cause in corso.
E adesso?
Fa specie che l’approvazione del disegno di legge sia rimasta praticamente sotto silenzio, mentre l’attenzione pubblica è distratta da specchietti per le allodole come il Lodo Alfano (vero, il Lodo Alfano è una porcheria, ma le priorità sono decisamente altre).
La prima necessità è che chi viene colpito dalla controriforma – tutti i lavoratori, e in particolar modo quelli precari – conosca la situazione: è indispensabile creare e diffondere informazione, con qualsiasi mezzo, da un lato per poter far valere i propri diritti in via individuale, dall’altro per poter organizzare una lotta efficace.
Una lotta efficace, all’altezza della violenza con cui il padronato cerca di sottrarci i diritti, non potrà passare per la Corte Costituzionale, come già sembra chiedere il Partito Democratico. La Corte Costituzionale (che interverrà comunque sicuramente a prescindere da ogni mobilitazione) potrà limare alcuni aspetti particolarmente stridenti, ma di sicuro non potrà modificare l’impianto sostanziale della legge: è bene sin d’ora non riporre alcuna speranza nei giudici né in alcun altro deus ex machina.
Soltanto la mobilitazione dei lavoratori, stabili e precari, può cambiare i rapporti di forza tra le classi, specialmente se saprà collegarsi alle lotte degli studenti (i precari di oggi e di domani) e soprattutto inserirsi nel percorso avviato dalla FIOM e dai tanti lavoratori in piazza lo scorso 16 ottobre.









