


Vittorio
Arrigoni è morto a Gaza City il 15 aprile, impiccato da chi l’aveva rapito
poche ore prima, almeno questo riportano le fonti
ufficiali.
Vik da tre anni viveva, scriveva e lottava per la pace a
Gaza. Era e resterà una voce libera, le sue parole, i
suoi gesti i sui scritti denunciavano con forza quanto
accade a Gaza e come la popolazione palestinese muoia
tutti i giorni sotto la continua e violenta repressione
israeliana.
Vittorio era una voce scomoda, una presenza scomoda per
chi preferisce il silenzio e l’oscuramento di quanto
accade in quelle terre. Le sue testimonianze
sull’operazione “piombo fuso”, i suoi racconti delle
centinaia di vittime e dell’indifferenza generale dei
paesi occidentali che oscurano tutto ciò che può
rappresentare una minaccia per la forzata verità a cui
sono piegati, pesavano e pesano ancora come macigni
sulle coscienze di tutti. Solo una settimana fa,
mobilitandoci per raccogliere aiuti destinati a Gaza,
guardavamo il documentario dove lui e i suoi compagni
facevano scudo a ragazzini palestinesi che raccoglievano
in un campo quel poco che potevano raccogliere e con
forza gridavano “STOP SHOOTING NOW” verso chi “giocava”
con loro al tiro al bersaglio e quelle immagini
rafforzavano la nostra idea e il nostro impegno.
Vittorio è l’ennesima vittima civile della guerra e
della logica imperialista che muove la guerra stessa.
Vittorio lottava per denunciare le condizioni di vita
dei Territori Occupati e per affermarmare il diritto
alla vita di quelle popolazioni, un diritto ad una vita
libera e dignitosa.
Noi non possiamo far ritornare Vittorio, restituirlo
alla sua famiglia, ai suoi amici, ma possiamo anzi
dobbiamo continuare la sua lotta, continuare a lottare
affinché la pratica dei diritti umani sia diffusa
ovunque, affinché tutte le guerre cessino di esistere.
Lo dobbiamo a Vittorio e a tutti quelli che, come lui,
offrono ciò che di più grande si possa offrire a questa
causa: loro stessi.
Noi continueremo nel nostro impegno per non lasciare
che tutto questo passi inosservato e lo faremo con ancor
più forza quando le luci della cronaca si spegneranno.
Lo faremo con le sue stesse parole:

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ANCHE SE CI CREDIAMO ASSOLTI
SIAMO LO STESSO COINVOLTI
(E RESPONSABILI)
Il mediterraneo e le sue sponde meridionali sono da
tempo cimitero di disperati. Non sempre queste notizie
vengono divulgate dai media nazionali troppo impegnati
ed allineati al volere dell’attuale classe politica
dirigente. Ma qualche accenno all’ultima tragedia c’è
stato. Qualche notizia e qualche commento i nostri media
si sono sentiti in obbligo di dare. Nessuno ha mai
sottolineato, però, le cause e le responsabilità di
questa tragedia che è solo la più recente e non sarà
l’ultima. Questo perché il macigno che rappresenta è
troppo grande da affrontare per la schizzinosa e
schizofrenica “opinione pubblica italiana”.
Ma non si può restare indifferenti e parlare di tragica
fatalità, questi ultimi morti così come i precedenti e
purtroppo i futuri hanno cause precise e precisi
responsabili.
Tutti noi siamo responsabili di quelle vittime, sia di
quelle morte in mare come di quelle uccise dalle bombe
intelligenti o dal “fuoco amico” che da quello “nemico”.
Nessuno può permettersi di non sentirsi responsabile.
Con la nostra indifferenza abbiamo permesso che la
democrazia occidentale diventasse sempre più
imperialismo xenofobo e razzista. Noi italiani più di
altri incarniamo questi aspetti. I nostri governanti
prima stringono patti bilaterali e alleanze, riempiendo
dittatori di armi e denari solo per evitare
l’immigrazione, spaventati dalla contaminazione
culturale mascherata dietro l’inutile e ipocrita
politica dei “padroni a casa nostra”, poi creiamo e
alimentiamo guerre che pomposamente chiamiamo
“umanitarie” ma che celano (e nemmeno troppo bene) la
logica imperialista e capitalista che la nostra annoiata
società finge di non vedere.
Anziché indignarci e mobilitarci per evitare che tutto
questo possa continuare restiamo seduti nei nostri
salotti accoglienti, inviando qualche sms solidale per
liberarci la coscienza e ridacchiando o, peggio,
sostenendo politiche come quelle dell’attuale Governo di
matrice leghista. Vogliamo esportare il nostro modello democratico, lo facciamo a suon
di bombe e rifiutiamo aiuto a chi, disperato, affronta
il mare cercando di raggiungere una diversa condizione
di vita, una speranza, una prospettiva di futuro. Prima
li rinchiudiamo in lager in pieno deserto, poi, quando
questo giochino si rompe, li ammassiamo in altri lager
(chiamati CIE) oppure li lasciamo affogare in mare
perché non è concesso “tenerli lontani con i fucili, per
ora”.
Noi, collettivo di giovani, studenti e lavoratori
crediamo nella pratica dei diritti umani, crediamo nei
valori della solidarietà, nell’accoglienza. Noi ci
sentiamo uniti a tutti coloro che credono in un futuro
diverso. Noi crediamo nell’impegno e nella mobilitazione
al fianco di tutti i migranti, quale sia la loro scelta
di destinazione finale.
Forse l’indifferenza ci permette di non vedere e non
sentire ma non cancella le nostre responsabilità.
…anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti…
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I paesi arabi nel
corso dell’ultimo periodo hanno avuto il coraggio di
lottare e di fare rivoluzioni. Dopo la Tunisia e
l’Egitto anche il popolo libico ha voluto combattere
contro una lunghissima dittatura.
Il ricco mondo
dell’Occidente è rimasto a guardare sino a quando ha
deciso di intervenire, sotto la protezione della
risoluzione dell’Onu e con l’ennesima scusa della guerra
umanitaria.
La Francia, gli U.S.A.
e in piccola parte l’Italia si sono mossi all’ormai
vecchio grido della guerra “umanitaria”, una
contraddizione bella e buona perché la guerra sappiamo
che non può mai essere umanitaria.
I civili innocenti
muoiono lo stesso sotto le bombe dette intelligenti, che
intelligenti sappiamo non essere.
Si dice che si è
intervenuti per aiutare i libici a liberarsi di Gheddafi
ed Obama è riuscito a convincere anche i nostri politici
del PD a seguirlo.
Sappiamo benissimo
che la guerra in Libia viene fatta per controllare un
territorio con una concentrazione di petrolio molto alta
e in una zona geopolitica ad alto rischio di
rivoluzioni.
La Francia vuole
controllare, L’America pure e così il governo italiano
che, fino a poco tempo fa, attirando le risa di tutto il
mondo, andava a baciare l’anello al colonnello.
Questa, come tutte le
guerre imperialiste, non è una guerra giusta ed è
necessario ricostruire un movimento contro la guerra che
guardi in faccia ai bisogni, alla necessità politica di
organizzarsi per battere un sistema, quello capitalista
che non porta altro che alla guerra.
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25
aprile, oggi più che mai
Continui attacchi alla
Costituzione, il revisionismo al sangue versato dalla
Resistenza, Ministri della Repubblica che sostengono
l’abolizione della Festa della Liberazione, OBBLIGANO
quest’anno più che mai ad una risposta forte a queste
minacce.
È sui valori della
Resistenza, sull’antifascismo che si fonda la nostra
Carta Costituzionale.
Il populismo dei nostri
giorni, l’individualismo, il razzismo sono le
sfaccettature di una devianza fascista che, oggi come
ieri, vuole minarne i capisaldi. Difenderli è un impegno
a cui non è possibile sottrarsi.
Chiediamo a tutti
coloro che fanno dell’antifascismo una bandiera, di
tenere alta questa bandiera e di aderire alla
MANIFESTAZIONE DI UNITA’ ANTIFASCISTA indetta per le
celebrazioni del 25 aprile.
Ripercorreremo gli
stessi passi, lo stesso percorso compiuto dalle donne e
dagli uomini che 66 anni fa, nell’aprile 1945, scesero
per le strade di Legnano rispondendo alla chiamata
antifascista.
Vogliamo percorrere lo
stesso cammino perché identici sono i valori che ci
guidano, valori che sono di tutti gli antifascisti di
ieri, di oggi e di domani:
SOLIDARIETA’, GIUSTIZIA,
UGUAGLIANZA.
ASSEMBLEA PUBBLICA
Venerdì 18 Marzo (ore 21,00)
presso Circolo
Fratellanza e Pace (sala Donadoni), via San Bernardino
12 Legnano.
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